Per bambino “difficile” si intende quel bambino con atteggiamenti che le insegnanti ritengono poco gestibili. Questi bambini possono essere irrequieti, incapaci di mantenere l’attenzione su qualche argomento per lungo tempo, facili alle distrazioni e impulsivi. Questi allievi presentano problematiche educative tali da richiedere attenzioni continue da parte dell’insegnante.

Operare per soddisfare i bisogni è fondamentale ma lo è anche tutelare un clima di classe sereno per tutti: impegno arduo ma non impossibile.

Per gestire la classe può essere utile:

  • organizzare un ambiente educativo adatto dove le regole siano chiare;
  • assegnare giornalmente al bambino una lista di attività da svolgere;
  • insegnare le abilità per organizzarsi e operare efficacemente
  • specificare chiaramente il tempo a disposizione per eseguire ogni attività
  • proporre al bambino attività molto interessanti rispetto ad altre meno attraenti
  • utilizzare frequenti segnali per attirarne l’attenzione
  • provvedere ad utilizzare spesso più strumenti per le attività di apprendimento
  • semplificare le presentazioni delle attività e incrementare l’uso del linguaggio visivo piuttosto che verbale
  • utilizzare materiali visivi per le istruzioni verbali
  • sollecitare il bambino a ripetere a voce alta le varie fasi utili alla risoluzione di un compito, di un’attività. Il linguaggio interiore è determinante per lo sviluppo cognitivo della persona, per la maturazione del pensiero ma anche per regolare la condotta.

Sicuramente questi bambini hanno bisogno di più attenzioni; occorre seguirli bene, utilizzando frequentemente la presenza fisica della maestra che calma o riduce il comportamento inadeguato, così come occorre mettere in preventivo il fatto che hanno più bisogno degli altri di essere aiutati nelle attività. E’ assolutamente determinante instaurare con loro una relazione positiva: “La carezza è attraversata da un’intenzionalità che fa in modo che il contatto non sia mai prensione ma movimento che segue il profilo dell’altro. Essa testimonia l’impossibilità della presa e, quindi, il ritrarsi dell’altro, la sua assenza. Non è un’intenzionalità di svelamento ma di ricerca: cammino dell’invisibile” (E. Lèvinas, Totalità e infinito: saggio sull’esteriorità, Jaka Book 1980).

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