La mia prima esperienza pedagogica fu proprio con una bambina con Sindrome di Down e, tuttora, la devo ringraziare per quello che mi ha permesso di imparare a livello pedagogico, utilissimo quando mi è capitato, nel corso degli anni, di seguire altri ragazzi come lei, e per la grande esperienza emotiva che mi ha permesso di vivere e che mi ha arricchita moltissimo.  

Cos’è la Sindrome di Down? Il termine “sindrome” identifica un insieme di tratti ed è una condizione genetica caratterizzata dalla presenza di un cromosoma in più nei nuclei delle cellule, 47 cromosomi invece di 46. Il cromosoma in più è il n.21, da qui il termine Trisonomia 21. Tale sindrome deve il suo nome, Down, al cognome del medico che, per primo, a fine ‘800, riconobbe le principali caratteristiche attribuibili a persone con Trisonomia 21 o, appunto, Sindrome di Down.

Il termine genetico non implica, obbligatoriamente, un discorso di ereditarietà in quanto, nel 98% dei casi circa, non lo è. Va fatto notare, però, che non si conoscono le cause che determinino tali anomalie cromosomiche ma, piuttosto, si è arrivati alla conclusione che siano un fenomeno “naturale” legato, in qualche modo, al processo riproduttivo. Di conseguenza ogni sindrome legata a tale processo non si può prevenire.

A livello cognitivo tale sindrome si associa ad un grado variabile di ritardo nello sviluppo mentale, fisico e motorio del bambino, ma, in ogni caso, se correttamente seguito e stimolato, una persona affetta da Sindrome di Down può, seppur con tempi più lunghi, raggiungere le stesse tappe di bambini non affetti da tale sindrome: cammineranno, inizieranno a parlare, correranno e giocheranno come gli altri pur permanendo la costante, frequente, di un disturbo di linguaggio.

Il lavoro pedagogico su questi bambini, al contrario dei bambini con difficoltà di apprendimento – DSA, per i quali l’intervento educativo deve mirare al recupero di determinate funzioni, deve prevedere un globale intervento educativo che favorisca la crescita e lo sviluppo del bambino in un equilibrio, dinamico, tra potenzialità ed ambiente esterno circostante.

Il percorso educativo da affrontare deve tener conto delle diversità comportamentali e caratteriali tra bambini affetti dalla medesima sindrome e del relativo livello di ritardo e, di conseguenza, è fondamentale che ogni intervento rispetti individualità e, ovviamente, differenti tempistiche di apprendimento.

Perché è importante affrontare un tempestivo percorso pedagogico? E’ importante perché la maggior parte dei bambini affetti da tale sindrome possono raggiungere un buon livello di autonomia personale, imparare a curare la propria persona, uscire, comprare delle cose, fare sport, andare a scuola, imparare a leggere e scrivere e, in futuro, poter imparare un mestiere che permetta loro di guadagnarsi da vivere.

A livello di didattica consiglio, innanzitutto, di affrontare il discorso linguistico cercando di stimolare in modo visivo-percettivo il bambino (es. la mela: fargliela vedere, toccare per comprenderne la forma, fargliela mangiare per stimolare il gusto e pronunciare nitidamente il nome MELA, scandendo bene le lettere) evitando, il più possibile, il linguaggio gestuale.

Altrettanto importante è procedere per step: avendo tali studenti delle capacità cognitive geneticamente ridotte, il primo obiettivo da raggiungere deve essere quello di dotarli dell’apprendimento della lettura e della scrittura e, solo in un secondo momento, degli elementi base dell’aritmetica.

Quello che ritengo fondamentale è che il programma di questi studenti venga adattato a quello della classe valorizzando le loro competenze attraverso proposte didattiche agganciate alla programmazione di classe (ad es. se si sta parlando di scienze, argomento vulcani, è preferibile che lo studente, insieme al docente di sostegno e, se possibile, insieme ad altri compagni, costruisca un plastico di un vulcano). E’ importante anche mantenere la medesima sequenza oraria delle materie: si deve assolutamente evitare che, mentre la classe sta seguendo una lezione di storia, lo studente stia svolgendo un compito di aritmetica.

A livello generico posso fornire le seguenti indicazioni:

  • le richieste/consegne devono essere fatte in modo chiaro e preciso, stabilendo, a priori, una leggera difficoltà progressiva nell’assegnazione;
  • creare dei gruppi di lavoro, se possibile, in modalità cooperative learning, per facilitare l’apprendimento attivo, l’acquisizione di competenze sociali fino ad acquisire consapevolezze di carattere metacognitivo con la predisposizione di materiale in tal senso;
  • rispettare i tempi di concentrazione dell’alunno in quanto variano da persona a persona ma, in ogni caso, avere sempre l’obiettivo di allungarli attraverso la semplificazione dei contenuti, dei materiali e mediante strumenti di semplificazione dei materiali (es. schede didattiche specifiche catalogate per argomento e per unità, tecnologie accattivanti come computer, strumenti audiovisivi); inoltre non dimenticare i periodi di pausa fisiologici da inserire, almeno, ogni 45 minuti per 5 minuti.

Ultimo, ma non ultimo, il consiglio che mi sento di dare è quello di non sottovalutare l’importanza della preziosa risorsa dei compagni di classe. Non molto tempo fa, durante l’osservazione in classe di un alunno con Sindrome di Down, su richiesta dei genitori e della scuola, sono stata assistita e coadiuvata da esperti tutor, ovvero i compagni di classe, che mi hanno aiutata a comprendere meglio le sue potenzialità ed i suoi tratti caratteriali con la naturalezza, leggerezza e praticità che contraddistinguono la giovane età (es. “che scheda vuoi che faccia? Scrivere parole? No, meglio se fa prima le parole che si collegano con la freccia e poi scriva il nome vicino, sennò si innervosisce e non combina più niente”).

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