Nell’attuale modello di famiglia, quella di tipo affettivo, le relazioni educative tra genitori e figli si basano più sugli affetti che sulle regole, sono improntate più sulla protezione e soddisfacimento dei bisogni dei figli più che alla promozione della loro autonomia e senso di responsabilizzazione.

I genitori temono di perdere l’amore dei figli se si impongono con determinazione e volontà, faticano a sostenere una situazione di conflittualità, temono il NO, e non solo dirlo ma anche riceverlo. Ciò comporta un forte ripiegamento su posizioni accondiscendenti tanto da far apparire i genitori in balìa dei figli stessi, già a 2 anni!

I figli hanno bisogno di genitori che siano in grado di sostenere il conflitto perché, in sua assenza, viene a mancare uno scarto, fondamentale, tra la distanza generazionale che è alla base di ogni efficace rapporto educativo.

Da dove ha origine tale crisi dell’autorità?

Si origina dalla crisi dei valori paterni nella società iniziata alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Il venir meno del padre autoritario tipico della famiglia etico-normativa ha dato luogo ad un modello educativo paterno di tipo tollerante, emotivamente vicino, che condivide, fortunatamente spesso di buon grado, la cura dei figli con la madre: il “mammo”.

Tale omologazione dei ruoli ha avuto come conseguenza un forte sbilanciamento educativo sul piano affettivo in quanto la famiglia affettiva ha preso le distanze dal codice paterno notoriamente conosciuto per reggersi, principalmente, su quello materno, in cui non esistono diversi stili genitoriali ma uno unico ed orientato alla protezione, all’accudimento più che all’autonomia e alla gestione delle frustrazioni.

L’iniziale legame strettissimo tra madre e figlio nelle prime fasi della loro relazione deve, via via, allentarsi per consentire al bambino di potersi individuare come soggetto autonomo. A tale compito è sempre stato adibito il padre, la cui funzione serve a permettere la separazione del bambino dalla madre, a favorire il passaggio dal principio del piacere “voglio tutto subito” a quello della realtà “devo aspettare” che rende efficaci le relazioni educative con l’altro.

Nel momento in cui, però, tale funzione paterna viene a mancare si crea uno squilibrio nel bambino. Ciò accade in quanto i genitori di oggi tendono a confondere l’accoglienza dei bisogni dei figli con il soddisfacimento di ogni richiesta e di ritenere, sempre erroneamente, che occorra allontanare da loro le frustrazioni, le negazioni e, ancor peggio, le regole!

Quali sono, quindi, le funzioni del codice paterno? Sono: insegnare la sperimentazione di sé, l’autonomia, il riconoscere le proprie capacità, sostenere le sfide e le prove necessarie che la vita pone davanti ad ogni individuo nel percorso di crescita personale.

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