In questo articolo mi occupo di descrivere il valore pedagogico del linguaggio non verbale come strumento importante del percorso educativo e di crescita di ognuno.

Sul piano pedagogico le considerazioni sviluppate a proposito della comunicazione non verbale si traducono in “tante” educazioni a partire dall’educazione all’uso del linguaggio corporeo.

Relativamente all’ambito scolastico il corpo è al centro di numerose attività educative: l’educazione psicomotoria ed il gioco sono gli esempi più significativi a questo riguardo. In realtà l’educazione al linguaggio del corpo non trova la sua piena espressione unicamente nell’educazione alla gestualità (a livello di presa di coscienza del gesto e del suo significato), che ha nella mimica la sua manifestazione più completa, ma si realizza pienamente anche nella danza, nelle varie forme di animazione scenica come il gioco-dramma, il canto ed il teatro. In particolare quest’ultimo, nel suo mettere in scena la realtà, implica un lavoro educativo che coinvolge la globalità dei linguaggi verbali e non verbali.

Attualmente, in campo pedagogico, è molto frequente sentir parlare di educazione “ai linguaggi”, invece che al semplice “linguaggio verbale” come esigenza di adeguare i percorsi educativi al dominio della “civiltà dell’immagine”, quindi non verbale, contemporanea.

A ciò ha contribuito notevolmente anche lo sviluppo degli studi sulla comunicazione non verbale (fine ‘900) mezzo con cui è stata messa in luce l’importanza di questi codici sia durante lo sviluppo che nella relazione interpersonale.

Nel campo della comunicazione non verbale ci si è occupati principalmente della mimica, dei gesti e delle posture (posizioni del corpo) sottolineando che ciò che viene espresso e comunicato attraverso questi codici non è interamente “traducibile” in parole: una considerazione che vale per tutti i linguaggi, ciascuno dei quali rappresenta un particolare “punto di vista” sulla realtà.

Ciò che prevale nella pedagogica moderna e nei percorsi educativi contemporanei è l’idea di una “educazione esperenziale” basata su percorsi che diano al bambino la possibilità di manipolare, conoscere, comprendere i vari linguaggio non dandogli, però, delle norme, delle “regole” o dei modelli da imitare.

Non viene, dunque, richiesto al bambino di imparare a recitare, scrivere, dipingere o imparare a suonare uno strumento musicale, ma ciò che gli si chiede è di “giocare” con gli elementi facenti parte del linguaggio (con tutta la valenza pedagogica propria, da sempre, con la parola “gioco”), scoprendo le potenzialità comunicative di ciascuno e le proprie capacità espressive.

Il disegno dei bambini è stato ampiamente studiato da ricercatori autorevoli, tra cui Piaget, come segno dell’evoluzione del bambino e strumento per la sua realizzazione, forma di conoscenza del mondo ed espressione di bisogni, emozioni e desideri profondi.

Come accade per tutti i linguaggi non verbali, anche i linguaggi grafici o pittorici possono essere stimolati assai precocemente nel bambino, già a partire dal compimento del primo anno di vita, in cui egli manifesta una serie di attività spontanee collegate a questi codici. Questi studi hanno portato alla luce delle fasi: lo “scarabocchio” intorno ai diciotto mesi di vita, l’”omino testone” intorno ai quattro anni, al realismo degli anni della scuola elementare. Altrettanto accade per l’evoluzione nell’uso del colore, che diviene via via più espressivo e realistico.

Bibliografia

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