Il termine “mediazione familiare” prevede l’intervento di un professionista, neutrale rispetto al conflitto, che accompagna i coniugi nel processo di separazione e divorzio.

Essa offre alla coppia un contesto, strutturato, finalizzato a favorire le potenzialità evolutive delle crisi familiari e del conflitto, anche in funzione dello sviluppo e della maturazione dei figli.

Fino a non molto tempo fa non era previsto alcun piano preventivo relativo alla “salvaguardia” della vita di coppia, quindi di natura pedagogica. Non esisteva, quindi, il concetto di coppia “educabile” ma, al contrario, la coppia con delle problematiche veniva lasciata sola ad affrontarle così come tutti i problemi pratici che ne conseguivano o, al limite, potevano rivolgersi alla parrocchia e ai consultori ma solo per difficoltà di specifica natura.

Fortunatamente, già da tempo, la mediazione familiare, ha assunto un ruolo specifico nel panorama dei servizi offerti alla famiglia. Essa deve essere interpretata come un intervento eccezionale che si sviluppa non per trovare soluzioni nuove ad una vita familiare problematica ma per limitare i danni di una separazione già decisa e definita. E’ una sorta di “rito di passaggio che traghetta aldilà della fine la famiglia portando in salvo le funzioni genitoriali che sono generative della mente ed i beni sia come patrimonio ma anche come ricordi positivi nei limiti del possibile, come spazio di riconoscimento dell’altro come soggetto che ha diritto alla continuità del legame”[1].

A volte si tende a confondere la mediazione famigliare con la terapia di coppia ma non è corretto in quanto quello è un passaggio, facoltativo, precedente. La mediazione familiare non è un intervento psicoterapico, volto a ad intervenire terapeuticamente per correggere processi disfunzionali che ostacolano la coppia ma è un intervento che prevede l’affrontare problemi concreti: divisione dei beni, determinazione delle contribuzioni a favore del coniuge e della prole, assegnazione della casa coniugale, accordi sui periodi di visita ai figli per il genitore non affidatario, da un punto di vista legale, nonché affidamento dei figli e gestione/definizione dei loro bisogni educativi, ambito pedagogico.

In questo articolo intendo esplicitare le pertinenze educative della mediazione familiare attraverso la prospettiva pedagogica.

La mediazione familiare, pertanto, nella prospettiva educativa è efficace nella misura in cui aiuta i genitori a tutelare la loro funzione educativa sui figli rispetto alla scelta di separare il loro legame come coppia, a ridefinire le loro funzioni in riferimento alle famiglie d’origine, tanto sotto il profilo delle responsabilità genitoriali quanto sotto quello dei diritti di reciprocità, rispetto e tutela.

Il discorso pedagogico focalizzato sulla responsabilità genitoriale, che ha carattere permanente, oggi risulta complesso, ostacolato dalla sempre maggiore attitudine dei genitori all’autorealizzazione personale. Con ciò intendo evidenziare come genitori capaci di “dedicarsi” in modo equilibrato ai loro figli possano sostanzialmente promuovere sviluppo, evoluzione, crescita ed educazione.

Un contributo pedagogico in materia di mediazione, quindi, richiede l’individuazione dei contenuti dell’educazione della famiglia per ricollocarli adeguatamente in una nuova “impalcatura” di rapporti che vanno intessendo gli ex coniugi con i propri figli e/o con l’eventuale famiglia allargata.

L’educazione familiare è importante poiché assolve ad una duplice funzione: tirocinio/apprendistato alla vita di una comunità (socializzazione primaria) e mezzo di trasmissione di tradizioni, riti e memoriali di una civiltà, nonché di tutti quei valori che conferiscono senso alla vita umana.

Gli ex coniugi sono chiamati a rispondere a determinati compiti che rispettino i bisogni formativi dei figli che devono considerarsi prioritari rispetto al conflitto familiare in essere.

In sintesi la pedagogia della famiglia deve tutelare il diritto di un figlio alle proprie radici, mantenendo quel legame con i membri delle rispettive famiglie che sono parte del patrimonio ereditario di un figlio, non tanto a livello fisiologico quanto morale. Inoltre, forse aspetto più degno di nota, considerato il contesto di cui stiamo parlando, il diritto del bambino di avere genitori che possano essere delle guide, che possano orientarlo ed accompagnarlo nel difficile percorso della crescita e delle varie fasi, di conflitti, dubbi, ansie e paure, che si susseguono in esso.

[1] C.Marzotto, I percorsi formativi dei mediatori familiari, in AA.VV., La mediazione familiare in Italia, Università degli Studi di Macerata, 2000, p.47

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